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La Storia

La Maiolica ascolana

 Ad Ascoli l'arte della maiolica ha origini antichissime come attestano i frammenti di anfore, crateri piatti, boccali di epoca italica, romana e altomedioevale, rinvenuti in diverse zone della città (aree del palazzo del Popolo, di piazza dell'Arengo, di piazza Roma, della palazzina Meletti) e del suo hinterland (necropoli di Colli del Tronto, di Castel Trosino).
Dalla documentazione archivistica risulta che nel XIV-XVI secolo sono attive nella città numerose fabbriche, dove operano "figuli" (maiolicai) locali oppure immigrati da Faenza, Pesaro, Gubbio, Casteldurante, Montelupone, Urbino, Bologna, Penne, Norcia, e dall'Alemannia, dall'Albania e dalla Scandinavia.
Da queste fabbriche escono in prevalenza stoviglie di uso comune (piatti, bottiglie, boccali, bacili, "cortisciane", "pignatte", "et vasa, et coccie che si operano in cucina", lampade), le quali sono quasi sempre a tinta unita (bianco, turchino, nero e rosso). I colori sono prodotti in città, dove esistono mulini "che macinano i colori dei figuli".
L'attività di pittori maiolicai come Emidio Marini alias Migno Urso e Ciccone Riccitelli lascia presupporre anche la lavorazione di maioliche artistiche, documentata per altro nei numerosi inventari inseriti nei protocolli notarili (vasi con fiori, piatti istoriati). Per esempio, le stoviglie di proprietà comunale sono tutte "di color turchino messo ad oro con lo stemma della città".
Della maiolica ascolana medioevale e rinascimentale si conoscono solo le "scodelle" disposte a croce e sistemate sul sommo delle chiese più antiche.
All'inizio del Seicento la lavorazione della maiolica entra in crisi e, sino alla fine del secolo successivo, Ascoli importa da Castelli una grande quantità di stoviglie di uso comune, ma pure piatti, tavolette, vasi e anfore di notevole livello artistico.
Nel 1787, l'olivetano Valeriano Malaspina, abate del monastero di Sant'Angelo Magno di Ascoli, ottiene l'autorizzazione del pontefice Pio VI ad installare una fabbrica di maioliche nel suo monastero. L'iniziativa si risolve in un tracollo finanziario: in tre anni, infatti, il monastero denuncia la perdita cospiqua di 2.052 scudi d'oro.

 
La Maiolica ascolana

Nel 1791 il conte fermano Francesco Saverio Gigliucci e il nobile ascolano Giacomo Cappelli acquistano tutte le maioliche realizzate dalle maestranze fatte venire dall'abate Malaspina da Roma, Pesaro e Napoli e depositate nei magazzini del monastero. Quasi contestualmente, il Gigliucci ed il Cappelli prendono in affitto la fabbrica "ormai resa quasi inoperosa e vicina a chiudere". L'anno successivo il conte fermano si ritira dall'impresa ed il Cappelli - come si legge in una sua lettera - si porta "a vedere le fabbriche esistenti a Senigallia, Pesaro e Urbania per dare alla sua maggiore pulitezza e perfezione". Di ritorno, si preoccupa di trovare "terre adatte" e assume "lavoratori esperti" come Natale Ricci di Urbania e Giorgio Paci di Porto San Giorgio.
Grazie anche alla collaborazione del fratello del titolare, il noto scultore, pittore e architetto Agostino Cappelli, la "fabbrica di Sant'Angelo Magno" si avvia verso un felice sviluppo e la sua produzione, che comprende pure "le terraglie ad uso di quelle d'Inghilterra", vengono esportate "in gran copia anche fuori dello Stato della Chiesa".
L'annessione di Ascoli alla Repubblica Romana "Giacobina" (1798) segna, però, l'inizio della crisi della "fabbrica di Maioliche di Sant'Angelo Magno"; fino al 1810 la fabbrica di Sant'Angelo Magno, che nell'ultimo periodo realizza "oggetti per servizi da tavola ed altre cose simili, tenendo occupati cinque dipendenti che vengono soddisfatti in proporzione del lavoro", risulta intestata ai fratelli Giacomo e Agostino Cappelli, i quali lo stesso anno si mettono da parte in seguito alla soppressione del monastero olivetano decretata dal re d'Italia, Napoleone Bonaparte. La gestione e la direzione della fabbrica sono assunte da un dipendente, il sangiorgese Giorgio Paci, il quale vi occupa i figli Luigi, Domenico, e Gaetano.
Nel 1811 il demanio richiede i locali a Giorgio Paci, che muore lo stesso anno (6 dicembre). Il 14 agosto 1812 il primogenito di Giorgio, Luigi, presenta al podestà di Ascoli Giorgio Iakson Centini la domanda "per poter intraprendere l'esercizio di fabbricatore e venditore di maioliche " in via Betuzio Barro. Nasce così la "Fabbrica Paci", che resterà aperta fino al 1856.

 

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